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John Grant – Pale Green Ghosts

John Grant – Pale Green Ghosts

È passato un po’ di tempo ormai da quando, alla ricerca di qualche chicca su Youtube, mi imbattei in alcuni spezzoni di un programma molto interessante, uno di quelli che ogni appassionato di musica vorrebbe poter guardare in tv. Si tratta di “Songwriters’ Circle”, trasmesso da BBC Four. Funziona così: tre cantautori/musicisti condividono un piccolo palco davanti a pochi fortunati spettatori, suonano i rispettivi brani condendoli di qualche retroscena e a volte improvvisano qualcosa insieme. Fu così che scoprii – per serendipità, si potrebbe dire – John Grant. Senza saperlo, ebbi già modo di ascoltare la sua voce in una versione del classico di Tim Buckley “Song To The Siren” eseguita dalla sua vecchia band, The Czars, ma non approfondii la questione. Forse perchè il momento giusto per farlo doveva essere quel giorno su Youtube, mentre ascoltavo “Drug”, impressionato dalla melodia del brano e dalla profondità di quella voce. Mi appassionai subito alla musica e al personaggio, o meglio alla persona, di John Grant. L’aspetto è quello di un omone barbuto e dallo sguardo freddo, eppure la sensibilità che è possibile cogliere nei suoi testi e nelle interviste è disarmante. Un gigante buono dalla vita molto tormentata, che è stato anche ad un passo dall’abbandonare definitivamente il mondo della musica. Un “underdog” per il quale non riesco a non provare simpatia. Sentimento che aumenta quando capisco che anche per uno sconfitto in partenza può arrivare il momento del riscatto, anche a 40 anni suonati. Il suo primo album solista, “Queen Of Denmark”, (una raccolta di canzoni dal sapore seventies che rimandano ad Elton John, Supertramp e The Carpenters) è acclamatissimo dalla critica (miglior album del 2010 per la prestigiosa rivista britannica Mojo) e gli permette di ottenere anche una discreta visibilità. Certo, rimane pur sempre uno di quei musicisti troppo poco fighi per poter fare tendenza (anche tra convinti o presunti alternative), ma il suo talento è innegabile. La conferma arriva quest’anno con l’album “Pale Green Ghosts”, a mio avviso anche superiore rispetto al precedente. Un disco che, se non esistesse la musica in formato digitale, avrei dovuto buttare nell’arco di un mese, a causa della terribile usura cui l’avrei sottoposto. Una svolta dal punto di vista musicale, caratterizzata da sonorità più cupe e vicinissime al synth-pop anni ’80 oltre che da una prova di maturità per quanto riguarda i testi, che affrontano argomenti dolorosi quali il suicidio di una persona cara (“Sensitive New Age Guy”) o la scoperta della propria sieropositività (“Ernest Borgnine”) non senza una sottile autoironia e – cosa altrettanto bizzarra – accompagnati da musiche ballabili perfino in discoteca. Anche con “Black Belt” è impossibile non muovere a tempo almeno la testa. E pensare che fino all’anno prima il buon John si esibiva dal vivo soltanto con un piano e un synth. I contrasti testo-musica non finiscono qui: la titletrack, musicalmente cupissima, è la suggestiva descrizione di uno dei suoi luoghi dell’anima.

Intensissime anche le ballate, “GMF” (brano-manifesto) e “It Doesn’t Matter To Him” – impreziosite dai cori di Sinead O’Connor – che accontentano gli ascoltatori eventualmente turbati dalla svolta elettronica. Nonostante l’eccessiva lunghezza di alcune parti strumentali, ogni nota ed ogni effetto è al posto giusto e la voce di John Grant riesce ad emergere, nitidissima, dal mare di tastiere e drum machine che invadono il disco, per poi ritornare al vecchio pianoforte al quale è affidata in chiusura la commovente “Glacier”, un incoraggiamento (da uno che ne ha passate tante) a considerare il dolore come una fase dalla quale poter rinascere diversi, addirittura migliori: “Questo dolore è un ghiacciaio che si muove dentro di te/ intaglia valli profonde e crea paesaggi spettacolari/…

Parole sante, John. Parole sante.

Fabrizio Potenzano

 

John Grant

Ascolta Pale Green Ghosts su Spotify:

John Grant - Pale Green Ghosts

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