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Bruce Springsteen a Milano: il live report dal San Siro

Bruce Springsteen a Milano: il live report dal San Siro

Comincio a piangere troppo spesso ai suoi concerti, e questo è il segno che comincio a perdere seriamente la gioventù ed insieme ad essa la mia obiettività. Ma alla fine che importa? I concerti servono ad emozionare e se ciò avviene il biglietto vale il prezzo pagato. È così che finisce l’ultima maratona di Bruce Springsteen nella sua Milano, la città che per i concerti del boss è un po’ la capitale. Tre ore e ventisei minuti in cui Bruce si è letteralmente immolato sul suo palco-altare. Una serata che comincia con una fantastica coreografia del pubblico che gli espone una enorme scritta umana “our love is real“, e lui, il Boss, per una volta sembra piccolo e vecchio, si commuove sinceramente. L’inizio dello spettacolo per Bruce, per l’uomo Bruce, è evidentemente un calvario: non sta bene e non riesce a respirare liberamente, lo vedo, lo sento, lo percepisco come solo chi lo osserva continuamente può fare. Comincia da subito a far cantare il pubblico e a evitare alcune parti melodiche troppo faticose; la gente non se ne accorge. Comincio a dubitare delle mie percezioni. La mia strizzacervelli potrebbe dire che sto “proiettando” su Bruce la mia stanchezza. Ma non è così. È forse raffreddato, ma leggo nella sua difficoltà qualcosa di emotivo di interiore. Ma Springsteen è un animale da palco e, con gli anni, è diventato un diesel, un motore che alla lunga entra a pieno regime. Si scalda e con lui tutta l’atmosfera. Ricorda i fantastici show di San Siro passati e in omaggio a quello che forse è il più bello della sua carriera (1985 tour di Born in the USA) esegue tutto l’album che lo ha consacrato una “star”. Di getto tutte le canzoni dell’album perfetto. Ho l’onore di ascoltare pezzi che raramente esegue dal vivo come “I’m on fire” ( per la prima volta nella mia vita di ascoltatore noto un Nils Lofgren fuori tempo sull’arpeggio, e anche qualche stecca del vecchio Max…ma serve a riportarli sulla Terra!). La gente è in visibilio e Bruce, se pur sfiancato, riesce ancora una volta a trasportarci al di la dei nostri sogni e dei nostri incubi. Dopo l’ultimo pezzo dell’album Born in the Usa, sembra un altro Boss. La voce ritorna e continua la sua scaletta con gli usuali momenti dei suoi show. Una bimba lo accompagna su “Waitin on a Sunny day”, una ragazza accompagnata da sua nonna ballano con lui “Dancing in the dark”. Alla fine quando tutti ormai hanno lasciato il palco, Springsteen si ripresenta per il suo saluto che ha il sapore del commiato: «ho suonato in milioni di posti nella mia carriera, ma questo posto, Milano, San Siro, e l’Italia non lo dimenticherò mai». Si chiude come a Napoli con una “thunder road” struggente che lui vuole regalare al pubblico e vuole cantarla con la gente come se fosse un coro di cui anche lui, il nostro Springsteen, fa parte. Una cosa indescrivibile, perché la percepisci dopo anni di concerti e di musica. Non so cosa aspettarmi dagli altri concerti che vedrò in questo Tour, ma di sicuro quello di ieri sera è stato speciale per noi e soprattutto per lui.

Ettore Vivo

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