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Arctic Monkeys “raffreddati” al Rock in Roma

Arctic Monkeys “raffreddati” al Rock in Roma

Metti in un immaginario frullatore un po’ di brit pop, un pizzico di cantautorato inglese alla Pete Doherty, venature rock e qualche faccia da slavato figo inglese: otterrete gli Arctic Monkeys. Un gruppo che aleggia sospeso in un incompiutezza concettuale mascherata da eclettismo, che denota una ricerca affannosa di un identità ancora non raggiunta, di una maturazione ancora incompleta. I loro dischi mi piacciono (ma di certo non mi strappo i capelli eh…), attendevo di sentirli dal vivo per commentare il loro show ed eccomi qua, di notte, a scrivere di questo concerto finito un paio d’ore orsono. Gli Arctic Monkeys hanno compiuto la missione, hanno fatto il lavoro per cui erano pagati e tutti sono rimasti soddisfatti. Ma giudicare tutto positivamente sarebbe un errore di superficialità. Uno show con pochissimi sussulti di energia, per essere rock; raramente si sente la voglia di iniziare a pogare o anche solo a saltare; non è solo un mio problema, ma attanaglia tutto il pubblico che si limita ad esternazioni di entusiasmo solo durante i riff. Dopo pochi secondi i saltelli lasciano spazio ad un ballo lento e tranquillo quasi come il twist, dsarà che sono abituato a ben altre energie e ben altri performer, ma questo concerto mi ha lasciato come all’uscita dal cinema, con la voglia di fare qualche altra cosa prima di tornare a casa. Un concerto da ascoltare. Stop. E credo sia pure una precisa scelta la loro. Molto ben suonato, e ben equilibrato in modo da far sentire tutto e bene al pubblico che rimane soddisfatto ma non stupito. Sarà pure che le canzoni sono riprodotte tanto fedelmente da durare pochissimo come le versioni da studio (eccezion fatta per “Mardy Bum” nei bis), quindi nessun allungamento del brodo con refrain ripetuti all’infinito per caricare a molla l’audience, ma al contrario un fluido susseguirsi di canzoni rapido ed indolore. Bello ma non troppo.

Ettore Vivo

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